19 maggio: il giorno in più

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180 invitati, 20 ragazzi dell’Istituto Alberghiero di Dronero, 20 sponsor, 10 collaboratori di Sapori Reclusi, 8 chef stellati e altrettanti aiutanti, 20 agenti di polizia penitenziaria, 7 detenuti tra aiuto cuochi e birrai hanno compiuto un piccolo miracolo.
E quando 180 ospiti hanno preso posto a tavola, quando si sono accesi i generatori, quando la cucina da campo ha iniziato a risuonare di cibo e strumenti allora il miracolo si è trasformato in realtà.

Pensavamo non fosse possibile portare l’alta cucina dentro le mura di un carcere. Non pensavamo possibile nemmeno portarci dentro un sogno, per la verità. Invece ce lo abbiamo portato, e altri ne abbiamo lasciati uscire. Perché la creatività e i sogni rendono le persone libere dentro, e il 19 maggio siamo stati tutti liberi per un giorno intero.

Pino, Ugo, Andrea, Nicola, Maurilio, Davide, Paolo, Enrico hanno sposato fin da subito la nostra idea di condivisione, fatta di “cibo dell’uomo e per l’uomo”, un cibo che si fa lavoro e impegno sociale. E le emozioni dipinte sui volti delle persone che hanno preso parte all’evento di quella giornata sono stata la conferma finale di questo sogno arduo e condiviso, questa cosa pazza che è stata la cena “più stelle meno sbarre”.

Il 19 maggio è stato come un corpo umano con la febbre, una febbre di emozione: fin dal mattino una delegazione mista si è presentata ai cancelli della casa di reclusione per far fronte ai vari impegni della giornata. Da un lato l’allestimento della cucina da campo, che dal pomeriggio avrebbe dovuto accogliere i migliori chef del territorio. Dall’altro gli ospiti che mano a mano avrebbero tenuto compagnia e si sarebbero confrontati con i ragazzi del corso Stampatingalera, il laboratorio che durante la serata sarebbe stato presentato e a cui avremmo dedicato la cena solidale. Dall’altro ancora la lezione di cucina con i detenuti, resa speciale dalla visita degli chef che avrebbero preso parte al corso con loro: un antipasto, un primo, un dolce, da mangiare tutti insieme in piedi tra fornelli e lavandini, come in una cucina vera, tra piatti lavati con l’acqua fredda (in carcere non c’è, arriva solo nelle docce) e chiacchiere su passati da dimenticare, davanti a risotti che aprono la via a futuri forse nuovi.

Che poi a voi sembrerà facile organizzare una cena in carcere: ingredienti, fuochi, chef e il gioco è fatto. Ma non avete considerato che tutto quello che entra, in carcere, deve uscire. Che tutto quello che serve deve essere rigorosamente indicato in liste ordinate e comunicate per tempo. Che ogni spelacchino, tagliapatate, ogni coltello, mestolo o pentola, ogni grembiule, ogni foglia di verdura deve essere censito e rinvenuto all’uscita.

E allora se proprio volete immaginarvi ciò che è stata quella giornata immaginate questo: un immenso laboratorio di umanità sotto un cielo diverso, chef stellati che fanno da aiutanti ai colleghi, detenuti e cuochi che brindano insieme tra un piatto e l’altro, pioggia battente che mannaggia che si deve passare nel prato, ore di chiacchiere e birra e piadine fritte nel magazzino di Pausa Cafè per preparare l’aperitivo, e il sale che manca e via a comprarlo a Saluzzo, e il formaggio da tagliare e allora lo si fa insieme ai camerieri che son felici di fare un lavoro da cuochi, e la sala bellissima tutta agghindata che non sembra un carcere nemmeno se lo sai, e i profumi, e gli aromi che salgono fin dal pomeriggio e fino ai piani alti, e Roy Paci che lascia un piccolo disegno con il pennarello dorato sul muro della stanza in cui facciamo lezione con i ragazzi del laboratorio, perché “l’arte  – e la musica – rendono liberi”.

E poi ancora Pino Cuttaia che racconta della sua Sicilia, Andrea Ribaldone che tra un sorriso e un racconto e un risotto parla del Giappone lontano, e Marco e Pablo che riprendono tutto con l’occhio attento e professionale delle telecamere in spalla, sospiri e sguardi, tensioni e risate, e Davide che sembra un folletto animato da energie telluriche trovate chissà dove, e poi le chiacchiere sulle scale con i detenuti del birrificio, che siamo tutti persone e parlare degli errori si può, in un clima diverso.

E ancora i corridoi per una volta percorsi da grembiuli e non da uniformi, e ancora Maurizio, Giovanni e Francesco che dovranno scrivere il discorso e salire sul palco a parlare a una folla che l’ultima volta che l’hanno vista era una vita fa, e l’odore dell’erba, e il maggio che non ti aspetti, e  i migliori produttori di vino del territorio seduti a tavola a bere insieme i vini reciproci, e l’orgoglio di un ingranaggio perfetto e finalmente nostrano che segna un’ora nuova e diversa, quella dell’integrazione che vede unite le persone intorno a una tavola, un integrazione di cibo e di vita, una speranza che si si riprende la vita all’ultimo giro di boa.

Se volete sapere cosa è stata quella giornata, dunque, guardate le foto, leggete gli articoli, sentite le interviste… e andate a trovare gli chef nei loro ristoranti … per chiedere che vi raccontino come hanno vissuto quelle ore lì, il 19 maggio.

E venite a trovare anche noi, perché di cose belle da fare insieme dopo questa cena, per ridare senso e possibilità alle vite di tutti, ne abbiamo in serbo tantissime.

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