Butto giù il caffè e inizio un’altra giornata

Grheury

Era un giorno di febbraio, ero finalmente uscito dal CIE, così si chiamano i centri di accoglienza per clandestini, che di accogliente però non hanno un gran che. Faceva un vento umido e appiccicoso a Torino, come avere un vestito bagnato che non si riesce a togliere. Ne avevo abbastanza dell’Italia e avevo appena comprato un biglietto per il Belgio: Bruxelles sola andata. Presi il tram che andava verso Porta Nuova già immaginando quando avrei finalmente rivisto la mia famiglia, che mi aspettava più a nord. Non potevo sapere che non ci sarei mai arrivato in Belgio.

Appena le porte del tram si chiusero alle mie spalle incontrai il suo sguardo e la riconobbi, sebbene non l’avessi mai vista. Aveva un viso deciso ma gentile, le chiesi se fosse marocchina anche lei, o tunisina, o egiziana. Ma non parlava l’arabo, era italiana, una mussulmana siciliana per la precisione. Ricordo perfettamente come i suoi occhi castani mi fecero sentire a casa, su quell’autobus più che ovunque fossi stato in quei mesi. Ci scambiammo qualche parola e la invitai a prendere un caffè. Sorrise e disse di sì. Non ricordo molto di quel caffè, ma ricordo un ciuffo di capelli che le scappava dal velo. Erano ricci e bruni, caldi come gli occhi, come il caffè. Quando ci salutammo lei mi lasciò il suo numero, oltre che una grande confusione. Partire, non partire, non sapevo più che fare, ma sentivo che forse quella donna era un segno mandato da Dio, e pensai che avrei fatto bene a seguirla. Così la richiamai quel giorno stesso, voleva mangiare qualcosa di arabo, disse, e la portai in un locale di Via Nizza a mangiare cus cus. Mangiando e parlando, il Belgio si allontanò sempre di più, mentre noi due ci avvicinammo così tanto che in qualche mese decidemmo di sposarci.

Quando alla mattina in cella mi sveglio e sento il profumo del caffè, a volte mi lascio credere che sia lei che me lo prepara. Come faceva ogni giorno prima che andassi al lavoro. Poi apro gli occhi e siamo sempre noi, compagni di sventure, butto giù il caffè e inizio un’altra giornata.

 

 

 

 

 

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