Educazione e integrazione per combattere la paura del diverso

Ecco le parole con cui Pietro Marino, osteopata e specialista in neuroscienze, ha salutato l’incontro avvenuto nel carcere di Torino, sezione femminile, in occasione del progetto Face To Face – L’arte contro il pregiudizio.

 

Studiare il pregiudizio per combattere la discriminazione

di Pietro Marino

FtF_Marino3Nonostante la maggiore diffusione a livello mondiale della diversità, i pregiudizi sociali continuano ad alimentare i conflitti, le disparità e la discriminazione intergruppo. Inoltre, per quanto le leggi siano diventate più egalitarie, i pregiudizi sembrano presentare una certa ‘clandestinità’, cioè operano di nascosto e spesso inconsciamente, in modo che diventano difficili da rilevare e controllare. Su questi temi si sono cimentati gli studiosi di scienze psico-sociali già dagli anni ’40 dello scorso secolo. Attualmente a questi si sono aggiunti i neuroscienziati che hanno iniziato a sondare le basi neurali dei pregiudizi e degli stereotipi, nel tentativo di identificare i processi attraverso i quali questi pregiudizi si formano, influenzano il comportamento e sono regolati. Capire le basi neurali significa scoprire quali sono le strutture e i meccanismi implicati nella formazione del pregiudizio, che rappresenta l’aspetto emotivo della discriminazione, e della stereotipia, che ne rappresenta invece l’aspetto cognitivo ovvero le categorie culturali che si creano nei vari contesti.

Studiare ciò ha lo scopo di chiarire i meccanismi di base del “cervello sociale” per migliorare la comprensione della discriminazione nel comportamento sociale e quindi mettere in atto strategie che permettano di limitarla.

Motivazioni sociali, come il desiderio di affiliazione o di competere con gli altri, si collocano tra le più potenti delle pulsioni umane. Questo non sorprende, perché la capacità di discernere ‘noi’ da ‘loro’ è fondamentale per il cervello umano. Sebbene questo calcolo richieda solo una frazione di secondo, crea le premesse per la categorizzazione sociale, gli stereotipi, i pregiudizi, il conflitto intergruppo e la disuguaglianza, e, agli estremi, la guerra e il genocidio. Così, anche se il pregiudizio deriva da un meccanismo di sopravvivenza, costruito su sistemi cognitivi che ‘strutturano’ il mondo fisico, la sua funzione nella società moderna è complessa e i suoi effetti sono spesso deleteri. Per il neuroscienziato, il campo del pregiudizio fornisce un contesto unico per l’esame dei meccanismi neurali della mente umana che guidano il comportamento complesso di ognuno di noi.

Di tutto ciò e di altro ancora si è parlato nell’incontro avvenuto venerdì 27 novembre e a cui ho avuto il piacere di essere invitato per illustrare i temi citati. Un incontro breve ma intenso da cui è emerso un interesse sincero per tematiche percepite in maniera viva, sensibile, sia sul piano personale che su quello sociale. Tematiche ostiche nella loro essenza e che vissute solo sul piano emotivo possono dare luogo a ulteriori divisioni come si può osservare ormai nella attuale cronaca sociale, politica, pseudoreligiosa. Tematiche che però diventano meno scottanti quando le si tratta da un punto di vista più oggettivo, all’interno di un percorso di conoscenza che ci permette di capire come funziona la mente umana.

Infatti, come si originano certi pensieri positivi o negativi che siano, come possono nascondersi nei meandri della nostra personalità ma essere scoperti da test che misurano l’istintività delle nostre reazioni, come e perché si realizzano certe reazioni per l’appunto istintive di diffidenza, disgusto, paura, fuga o aggressività ha originato nel nostro incontro un interesse vivo e più distaccato, che ha fatto affiorare un mare di curiosità ma anche di vissuti e che purtroppo per questioni di tempo non ha potuto essere navigato.

Ci siamo lasciati con la sincera speranza di rivederci, di capire e di parlare ancora per esempio di amigdala, la struttura cerebrale che processa le reazioni istintive a una minaccia di qualsiasi genere. E di approfondire anche come queste reazioni, spesso distruttive, possono essere limitate, mitigate e addomesticate sviluppando le connessioni con certe zone della corteccia cerebrale che sono deputate a filtrarle e a volgerle in comportamenti positivi di attesa, di riflessione, di tolleranza. Per sviluppare queste connessioni, cioè per renderci più umani e meno in balia della paura, è importante l’educazione e l’investimento sull’ integrazione e la cooperazione che , come ormai tutti gli studi stanno dimostrando, sono gli unici processi in grado di limitare il pregiudizio verso chi fa parte di un outgroup ed il favoritismo ingroup che stanno alla base dei processi di discriminazione in ogni sua forma.

E ci siamo soprattutto lasciati con calorose strette di mani che significano più di qualsiasi bella parola e non hanno bisogno di alcuno studio.

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