La denuncia di Azam

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Azam Bahrami, amica e collaboratrice di Sapori Reclusi, è da anni impegnata nella difesa dei diritti delle donne iraniane. Laureata in fisica, scrittrice e poetessa, Azam è arrivata in Italia quattro anni fa dopo un lungo viaggio attraverso le montagne dell’Iran, il territorio turco e il mar Mediterraneo, che ha attraversato insieme a un gruppo di stranieri fuggiti da tante patrie (Kurdistan, Iran, Iraq, Turchia…) per trovare un futuro di speranza e di libertà. Oggi Azam vive a Torino, dove sta approfondendo i suoi studi in fisica. L’Italia le ha riconosciuto lo status di rifugiata politica.

Violenza occulta e palese contro le donne

Nel mio paese le storie della società e del governo sono incompatibili con lo sviluppo della figura della donna a fianco di quella dell’uomo, tanto da dare inizio a una lotta per i diritti d’uguaglianza che tutt’ora continua.
Senza esagerazione, le donne lottano su tutti i fronti a causa di regole sociali e leggi approvate dal parlamento riguardo i loro diritti fondamentali come la proprietà del corpo, l’affidamento dei figli, il diritto di viaggio, di delocalizzazione, di dote e degli alimenti, dell’istruzione del lavoro al pari degli uomini. Non sono sufficienti la ricerca di informazioni storiche e di centinaia di saggi riguardo gli sforzi e le sofferenze delle donne e degli uomini attivisti per poter analizzare le tante sanzioni e minacce subite, e descrivere gli importanti risultati ottenuti attraverso le loro dure lotte.

Dunque non desidero (e non potrei) parlare di tutto; scriverò solo delle ingiustizie e delle pressioni esercitate dalla società nei confronti delle donne iraniane relative ad un periodo che ho vissuto e che conosco bene.

Per le donne iraniane la primavera con le sue fioriture, l’inizio dell’autunno e delle scuole oppure l’arrivo del calore e del sole d’estate che riempie le strade e i marciapiedi di gente, o ancora l’irruzione dell’inverno con la sua neve e i suoi ghiacci non rappresentano alcun motivo per dover cambiare il loro modo di vestire; nulla cambia per loro oltre alle temperature delle stagioni. L’insistente obbligo di indossare il velo, fin dalla tenera età, crea molte barriere mentali, sopprime il senso estetico e le abilità di selezione (limitazione della scelta dei colori ad esempio) oltre a dare origine a seri problemi di salute dovuti alla insufficiente esposizione della pelle e dei capelli alla luce solare, oppure al difficile trasporto degli zaini da scuola a causa dello scomodo mantoux; è abbastanza evidente che tutto questo serve a instaurare nella mentalità delle ragazze il concetto di disuguaglianza rispetto i ragazzi.

L’Imam di Tehran durante una preghiera del venerdì (2011) ha affermato che “l’Hijab utilizzato in modo improprio è motivo di catastrofi naturali come terremoti ”.
L’Imam di Mashhad durante una preghiera del venerdì ha affermato che i colpevoli di uno stupro di massa avvenuto in città ai danni di un gruppo di ragazze sono le vittime stesse, in quanto causa dello stimolo sessuale suscitato!
I biasimi e le pressioni della polizia stradale nei confronti delle donne “coperte diversamente” continuano ad essere approvate dalla legge con lo scopo di proteggere la castità e la tradizione musulmana; inoltre le leggi islamiche misogine prevedono la lapidazione e la flagellazione (applicata da un corpo speciale di polizia) per ogni tipo di relazione non definita nel contesto religioso oppure provvedimenti legali differenti per i due sessi come ad esempio i risarcimenti o le spartizioni dell’eredità.

Tutta questa regolamentazione ingiusta deriva dall’idea che la donna sia un individuo inferiore con una mentalità poco sviluppata e di conseguenza abbia bisogno di una guida che la controlli.
Nell’estate del 2008 la polizia annunciò l’assegnazione di un fondo di 600 milioni di dollari per il finanziamento e il rafforzamento delle attività sopra citate (rispetto e controllo ferreo dell’Hijab e delle tradizioni religiose) rendendole in pratica permanenti. La promozione conseguente di una violenza pubblica dovuta alle esecuzioni in piazza e al silenzio (sempre da parte delle istituzioni) riguardo i delitti d’onore (60% delle donne vittime di omicidio in Iran) non ha fatto altro che peggiorare una condizione già di per sé complicata rendendo “spaventosa” la vita al di fuori della sfera privata. Ad esempio, a Mashhad i cadaveri di 12 donne furono lasciati in diversi posti della città dopo essere state massacrate per soffocamento; dopo l’apertura di un’indagine riguardante i fatti l’unico sospettato si dichiarò
colpevole e si giustificò affermando che le vittime meritavano tale sorte in quanto colpevoli di immoralità. L’omicida ebbe una pena minima da scontare in carcere.

In tutte le aree della propaganda del regime (cinema, TV, riviste e pubblicazioni di articoli con particolare rilevanza per le donne) prevale l’idea che la corruzione dell’animo maschile dipenda da quello delle donne. Durante questa politica è iniziato il processo di uniformità delle divise nel sistema educativo (dalla scuola d’infanzia fino all’università) facendo nascere accese proteste da parte di tutte le donne e gli studenti attivisti; anche se dopo tali movimenti si riuscì ad abolire l’uniforme nelle università, fu purtroppo istituito all’interno di ogni istituto il sistema punitivo Herasat (polizia morale) avente il compito di far osservare i costumi islamici.

Tali controlli comunque già erano presenti al di fuori del contesto scolastico: durante una semplice passeggiata per strada con una persona dell’altro sesso, o una serata al cinema, bisogna infatti possedere documenti d’identità che certifichino il grado di parentela in caso di richiesta da parte della polizia; di conseguenza molte giovani ragazze sono state vittime di calunnie per casi di “Hijab improprio” o relazioni illegittime (al di fuori del matrimonio o con altre ragazze).

Ancora più gravi sono le limitazioni e gli accorgimenti che le artiste e le sportive devono subire per le costrizioni islamiche riguardo le divise (a danno della performance agonistica) e i costumi (impedimento delle prestazioni).
Insomma, la gestione e l’aumento dei limiti nelle relazioni rispetto al passato mette in chiara luce che il regime ha una visione di tali rapporti solamente a sfondo sessuale; generalizzazione che ovviamente permette ai sistemi amministrativi, educativi e artistici di limitare fortemente la presenza e l’attività delle donne con metodi rigorosi sia legali che illegali (rapporti dirigente-impiegato, professore-studentessa, allenatori-sportive e viceversa).
Fortunatamente queste discriminazioni sessuali non sono riuscite a prendere piede anche nel campo dei servizi sanitari, ad eccezione di un settore ristretto.

Tutte queste procedure, comunque, portano a limitare fortemente le capacità di tutta la popolazione iraniana a prescindere dalle minori opportunità di lavoro per le donne e quindi ad una discriminazione anche economica; tale problema inoltre si amplifica per le minoranze sia etniche (curde, arabe, turche, baluci ecc.) sia religiose (bahai ecc.).

Riguardo le disuguali condizioni di lavoro rispetto gli uomini si può affermare che la legislazione attuale incentiva le donne al “lavoro di casa” dando loro il solo compito di educare le nuove generazioni (nel rispetto della tradizione islamica) nonostante non assicuri alcuna assistenza sanitaria e nessun assegno di pensione; in pratica, la società e il governo con la loro regolamentazione patriarcale, in aggiunta al culto dell’onore, considerandole come bambole nelle vetrine dei ripostigli delle case spengono ogni luce di speranza per il loro futuro.

Nel corso degli anni, la censura nella letteratura, nell’arte e nella scienza della sessualità femminile e del matrimonio, considerati un tabù, ha rimosso questi concetti fin nell’ambiente universitario (dove prima erano previsti dei corsi per dare informazioni riguardo tali argomenti) favorendo un’interpretazione esclusivamente immorale e oscena. L’autocensura “somatica” e sessuale delle donne ha portato a molti problemi familiari nelle nuove generazioni; secondo le statistiche una delle principali ragioni dell’aumento dei divorzi è dovuta infatti all’esperienza del rapporto sessuale. Inoltre l’oscenità dei legislatori è arrivata al punto di approvare il matrimonio con le figliastre pur non essendo stata ancora decisa per le ragazze l’età minima necessaria per contrarre un matrimonio.
Non giungere mai ad una completa conoscenza del proprio corpo e non essere libere nemmeno di poter scegliere le forme e i colori dei vestiti da indossare sono le cause che rendono più grigi i colori della vita delle donne con una notevole diminuzione dei loro piaceri e dell’indipendenza nella società iraniana.
Le scelte del vestiario sono limitate in quanto, visto l’atteggiamento coercitivo, gli stessi centri di produzione sono obbligati a fornire modelli e disegni inerenti al costume islamico; si è arrivati al punto di vietare nei centri di vendita l’installazione di manichini con forme che rimandano al corpo femminile.

Ci sono poi i viaggi all’estero vietati in caso di mancato consenso del marito o del padre qualora le ragazze non fossero ancora sposate.
In qualche città dell’Iran (Gorgan, Mashhad) sono stati istituiti dei “tribunali ambulanti” con tanto di giudice in loco dove è possibile prendere decisioni lampo su eventuali punizioni dovute a un crimine commesso o ad una “cattiva” condotta in pubblico; è facile intuire che ciò ha portato ad un aumento degli arresti di giovani ragazze e donne indifese anche perché tali provvedimenti servono agli agenti di polizia per poter certificare il loro operato e ottenere quindi rapide promozioni e aumenti di grado (è noto ad esempio il rigore e la severità del comandante RADAN); per la mancata osservanza delle norme islamiche si arriva a confiscare le auto delle ragazze o addirittura ad arrestare le persone per aver tenuto festeggiamenti in casa.

L’ostinazione e l’ostilità delle forze dell’ordine da una parte e l’abbandono dei legislatori dall’altra ha diminuito fortemente le speranze in un cambiamento di tale situazione.
Già nel 2005 otto donne parlamentari con le loro proposte di legge riguardo il sostegno familiare, il piano di controllo delle nascite e il matrimonio temporaneo agirono non solo contro gli interessi del loro stesso sesso ma divennero addirittura uno strumento nelle mani legislatori che seguivano in tutti i sensi le idee e le pratiche patriarcali; questo giustifica una notevole riduzione della presenza delle donne nelle ultime elezioni parlamentari (2012), segno di una forte delusione nei confronti della legge vista come strumento attraverso il quale migliorare la loro condizione.

Negli anni passati sono stata spesso accusata per l’Hijab improprio o per il colore degli abiti (a partire dal bianco dei calzini durante le lezioni del liceo nel 1997).
Successivamente mi hanno imposto di portare uno Chador nero e sporco con un logo speciale, che altro non è che la “copertura aumentata” delle uniformi delle donne prigioniere della Repubblica Islamica(2011). Ho subito il sequestro e la censura dei miei scritti oltre all’interdizione dall’insegnamento nelle scuole pubbliche.
E ancora oggi rivivo l’incubo del carcere e delle guardie, durante le mie notti insonni.

Questa mancanza di rispetto per le donne e il disprezzo della personalità con la conseguente limitazione del loro ruolo sociale è lo scopo perseguito da un sistema di controllo che soprattutto nelle scuole e nei media è imposto con la forza.
In Iran, le donne per avere diritto alla vita sociale, artistica e scientifica, sana e attiva, più di ogni altra questione individuale, devono rispettare l’onore della società patriarcale. Per raggiungere un qualsiasi tipo di obiettivo il loro impegno deve essere sempre di molto superiore a quello degli uomini.
E questa triste storia è la storia di tutte le donne iraniane: narratrici e madri di oggi e di domani.

[Azam Bahrami]

Note
*Un ringraziamento speciale a  Siavash Guil e Pietro De Nicola per la traduzione del testo e l’aiuto fornito.
**Quest’opera è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Per leggere una copia della licenza visita il sito web http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/ o spedisci una lettera a Creative Commons, 171 Second Street, Suite 300, San Francisco, California, 94105, USA.

Manifestazione durante le festività dell'8 marzo
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Donne e Sport
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