Marie mi disse di preparare il caffè

Ho vissuto la maggior parte della mia vita in Senegal. Ho vissuto la maggior parte della mia vita libero. E ho vissuto la maggior parte della mia vita senza assaggiare un caffè. Poi sono venuto in Italia.

Ricordo benissimo quel tardo pomeriggio in cui io e la mia ragazza, Marie, ci incontrammo con alcuni amici in un bar. Non li vedevo da molto tempo, ci abbracciammo, ci raccontammo le cose successe negli ultimi mesi con la superficialità e l’irruenza di quando si vuol dire tutto in poco tempo. Essendo un bar italiano, non appena dissi che non avevo mai bevuto un caffè i ragazzi si misero a prendermi in giro assieme al barista. Subito si iniziò a parlare delle prime volte, chi l’aveva assaggiato sull’aereo per l’Europa, chi lo aveva assaggiato in Francia, o in Senegal, che però aveva un altro gusto. Dicevano che sapeva di terra, di fuoco, di carbone. Marie ne ordinò uno e, in silenzio, mi passò la tazzina. Gli altri ormai erano persi nei loro discorsi e così lo assaggiai sotto gli occhi dolci e attenti della mia ragazza. Il colore faceva un po’ impressione, ma sentii subito un’energia nuova, immediata. Lo sentivo nel corpo, era come se potessi tracciarne il percorso dallo stomaco al cervello a tutti i muscoli. Mi sentivo più forte e mi misi a ridere assieme agli altri prendendomi in giro anche io per non averlo mai assaggiato prima.

Quando ci salutammo il cielo era di quel blu luminoso e denso che avete in Europa e le luci di Torino iniziavano ad accendersi. Marie ed io corremmo al supermercato, avevamo in programma una cena tranquilla e lei aveva promesso di cucinare il mio piatto preferito. Comprammo carote, cipolle, petto di pollo. Poi passammo davanti a uno scaffale di pacchettini dorati e, senza neppure parlarne, mettemmo nel carrello un pacchetto di caffè.

A casa mangiammo il riso fritto, buono come non mai, e poi Marie mi disse di preparare il caffè. Mi spiegò tutto passo a passo e così lo feci. Svitai la moka, misi l’acqua, poi la polvere e infine aspettai che salisse. Aspettai fissando la caffettiera per tutto il tempo, perché avevo sentito dire che poteva esplodere, o bruciare, e la cosa mi inquietava. Alla fine fece quel rumore crescente, che qui in carcere è la colonna sonora delle mattine, e dei pranzi, e voilà: il primo caffè della mia vita. Lo bevemmo seduti sul divano, abbracciati mentre in tv iniziava un film che le piaceva. Resta qui con me, disse, non uscire stasera. Forse sentiva che quella sera sarebbe successo qualcosa, o forse erano parole da donna gelosa, comunque io avevo troppa energia per restarmene sul divano. Così chiamai i miei amici e uscii. Fu quella la sera in cui mi arrestarono.

Chinamere Henry

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