Quel caffé mi sembrò il più dolce che avessi mai bevuto

Arcorace

Il mercato del paese era in riva al mare e io passeggiavo in cerca di formaggio, verdura e calzini tra la brezza che, la mattina, è carica di odori. Fino a quando mi imbattei in un profumo dolce, diverso dal solito, che mi portò dritto a una chioma riccia e morbida che dondolava poco lontano da me. Era girata di spalle e io cercavo di immaginare i lineamenti del suo viso, il colore dei suoi occhi. Ero immobile quando lei si girò, come se fossero stati i miei pensieri a chiamarla. Il suo sorriso appena accennato tra lo stupore e la sorpresa fece fermare il tempo e lo spazio, fissandosi per sempre nei miei ricordi.

Avevo diciannove anni e mi ero immischiato in un giro di amici, che, ovviamente, non era quello giusto. Cercai di convincere mio padre a fissare un incontro con la famiglia di lei, convinto che avrei finalmente messo la testa a posto e tutto sarebbe andato per il meglio. In Calabria si usa onorare l’impegno ufficializzando la conoscenza prima e il fidanzamento poi, incontrandosi insieme ai famigliari. Fu così che ci trovammo nella loro casa di campagna, a pochi chilometri dal paese. Era una di quelle case a due piani, con il giardino ornato di rose e il pergolato rivestito di vite in cui ci si ritrova a mangiare con i famigliari che tornano dall’estero o dal Nord. Io e mio padre ci presentammo con un mazzo di fiori per la madre e un mazzo di 13 rose rosse per lei. Dopo qualche momento di imbarazzo e guance color tulipano per entrambi, vidi Ofelia scomparire in casa e tornare dopo un po’ di tempo con un abito color pesca e, ai piedi, le ballerine intonate che la facevano sembrare più matura dei suoi quindici anni. Ricordo benissimo le scarpe perché pensai che doveva essere una ragazza terra a terra, e la cosa mi piacque.

Ofelia portava un vassoio con le tazzine di caffé del servizio buono e la zuccheriera in cristallo swarovski. Le poggiò sul tavolo e servì prima suo padre, poi il mio e io fui servito per terzo, come da tradizione. Non ci eravamo scambiati ancora una sola parola fino ad allora, ma ci guardavamo con occhi curiosi e luccicanti che si promettevano tutti i futuri possibili. I padri parlarono e infine noi ci scambiammo qualche parola impacciata. Io bevvi il caffé, che mi sembrò il più dolce che avessi mai bevuto. Solo mio padre, sulla strada del ritorno, mi fece notare che la zuccheriera non l’avevo neppure toccata e che lo avevo bevuto amaro.

Fatto sta che da allora non la vidi mai più, perché presto fui arrestato al nord per una rapina in banca. Allora la svincolai, che si cercasse un altro ragazzo, che con me non si poteva fare una vita. Ma in memoria di quel giorno, io il caffé lo bevo sempre amaro.

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