Questa cosa piccola e semplice mi ha dato tantissimo

Tarik El Nah

Ero recluso in una cella del carcere di Torino, come altri giorni prima e dopo quel momento, giorni del tutto simili. Eppure ricordo un’angoscia nuova e profonda, che arrivò improvvisa. Così rattristato sedevo su uno sgabello di metallo posto al fianco del mio letto. Guardavo la tazzina piena di caffè, scura, amara, e ci vedevo dentro solo brutti presagi. Allora chiusi gli occhi già infusi di pianto e cominciai a pensare alla famiglia, immaginandola tutta raccolta attorno a una tajine di agnello con le prugne. Cercavo di riprovare la gioia di quel momento, come avevo fatto altre volte, riuscendo quasi a sentire il profumo delle spezie della cucina di mia madre. Eppure il vuoto, quel giorno, si faceva sempre più spesso e opprimente tutto intorno a me. Mi misi a letto ma senza riuscire a dormire, pensando alla mia famiglia lontana, guardando un angolo fisso della cella. Riuscivo solo a pensare a quel giorno maledetto in cui il destino mi fece varcare i cancelli del meschino mondo della galera. Per trovare un po’ di pace mi misi a pregare, confidando nella comprensione e nel senso della giustizia del buon Dio. Pregai di poter uscire da quel luogo infernale, di ritrovare la mia libertà in un mondo senza crudeltà e senza malvagità, di non cadere nell’abisso della disperazione e di non affondare nella sconfitta. Nessun famigliare mi avrebbe fatto visita, non avevo nessun soldo, Dio era il solo che potesse aiutarmi.

Poi aprii gli occhi in fiamme e spostai lo sguardo sul tavolino, ritrovando la tazzina di caffè lì, esattamente dove l’avevo lasciata, eppure mi parve diversa e piena di speranza. Il caffè era la soluzione ai miei problemi, l’avevo proprio sotto al naso. Io sapevo che nel carcere c’era una torrefazione, mi alzai di colpo e presentai subito la richiesta per poterci lavorare. In quel momento mi sentii meglio, leggero come se avessi scaricato tutti i problemi, tutte le sofferenze, tutti i pensieri. Pensavo solo alla possibilità di iniziare a lavorare e che avrei comprato tutte le cose di cui avevo bisogno, e le sigarette, con il primo stipendio senza chiedere più a nessuno. Avrei finalmente dato un senso alle giornate, e ai mesi, e agli anni che mi toccava passare dentro, invece di giocare a carte tutto il giorno e parlare sempre delle stesse cose. Così la paura svanì nel nulla, la paura di diventare un’altra persona, una persona arrogante, ignorante, finita. Dopo qualche giorno mi chiamò l’assistente dei passaggi, vieni qua che dobbiamo andare a fare un colloquio con il responsabile della torrefazione. Lì sentii che mi avrebbero preso, mi si aprì uno spiraglio di luce. Dovevo solo superare il periodo di prova. E così andò: superai la prova e fui ammesso a lavorare dentro la torrefazione. All’inizio fu spiazzante, perché avevo sottovalutato questo mestiere. Dietro a quella tazzina di caffè che beviamo varie volte durante la giornata c’è un mondo. Ogni singolo chicco ha la sua storia, da quando lo raccolgono fin che finisce nella nostra moka. E’ molto complicato e allo stesso tempo è semplice. E’ come accudire un neonato in tutte le fasi di crescita fino a che non diventa un uomo maturo e realizzato. I mastri torrefattori così trattano il caffè, che deve essere fatto in un certo modo. Il bello è che le uniche cose che ti guidano a fare un buon caffè sono il colore del chicco, il profumo e il suono che emette ogni il chicco tostandosi. E’ come dirigere un’orchestra.

Quello che voglio dire è che il caffè e il mondo da cui viene, è una cosa piccola. Eppure questa cosa piccola e semplice mi ha dato tantissimo, molto più di quanto le persone abbiano mai saputo darmi. Guarda quanto è stana la vita.

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