Da una parte c’è una carovana di acrobati e saltimbanchi, di notti stellate e chapiteaux a strisce. Dall’altra le sbarre alle finestre, e non sono colorate, ma di freddo e ruvido metallo. Nella galera gli equilibrismi si fanno per sopravvivere ai giorni e alle lunghe notti, nel circo per divertire il pubblico pagante.

“Ecco lo spettacolo signore e signori, venghino l’arte del circo e il circo della vita da questa parte”.

Tendoni e celle, pagliacci e detenuti; uomini. In queste immagini va in scena la libertà infinitamente ricercata da ognuno. Con queste immagini l’autore ricerca il punto comune delle due realtà: galera e circo, il trait d’union del nutrire un corpo che diventa fondamentale per comunicare, per sopravvivere, per ribadire la propria esistenza. E allora il cibo, preparato in situazioni improvvisate con materiale di recupero, all’accampamento come in carcere, diventa espressione di vita, sostentamento dell’umano, baluardo di libertà individuale e collettiva.

 

Balancing food, looking for freedom

On one hand there are street artists caravans, starry nights and striped chapiteaux. On the other hand the bars at the windows aren’t colorful, but rusty. In jail balancing acts are done to survive long days and nights, while in a circus tent they entertain the audience.

“Here is the show Ladies and Gentlemen. Come on! Come and see the circus art, the life circus: this way!”.

Tents and cells, clowns and convicts. Men. In these pictures freedom itself goes on stage in the infinite forms it is pursued. The photographer is looking for a common ground between this two worlds: jail and circus. And feeding the body is a basic trait d’union which is pivotal to communicate, to survive, to confirm one’s existence. Food cooked in a rustled up kitchen with salvaged food, in jail as under a tent, becomes a tool of life, soul nourishment, bulwark of personal and collective freedom.